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mostre in corso

Silke Otto-Knapp - Cold Climate

a cura di Alberto Salvadori

25 settembre – 8 novembre 2014

Nella pittura di Silke Otto Knapp esistono e convivono una sovrapposizione di stilemi che esemplificano la sua cifra stilistica. La sua pittura è intraducibile, nella misura in cui non è possibile riprodurla, copiarla, contenendo in sé la moltitudine della differenza, ossia un’infinità dei gesti, numerosi lavaggi dell’acquerello, infinite velature, tutto a comporre la superficie della tela.


I soggetti dei quadri provengono dalla realtà, dall’osservazione di paesaggi, da immagini tratte da libri o da una visione diretta dell’artista, che testimonia l’interesse e l’amore per poeti, scrittori, danzatori. La dimensione reale del soggetto diventa oggetto d’indagine e tale processo di costruzione del dipinto imprime un tempo sequenza alle opere in grado di trasmettere l’aggregato di esperienze sensoriali e mentali dell’artista. La traduzione di tutto questo è nelle lievi e infinite variazioni tonali di una pittura dal sapore morandiano, dalle liquide superfici, testimonianze di passaggi di spugne e pennelli bagnati.

L’immagine che vediamo è una successione di proposizioni che prima alludono, poi suggeriscono, fino a definire la presenza reale del soggetto. Ecco che in tale processo appare Getrude Stein e quanto sia vicina Silke Otto Knapp all’opera e alla modalità di costruzione e visualizzazione della scrittrice americana, soprattutto in Tender Buttons da cui è tratto il titolo della mostra Cold Climate. La decostruzione del lessico, la sintassi, la prassi discorsiva e la consequenzialità logica ridefiniscono ogni elemento normativo del linguaggio, al fine del raggiungimento di una personale e inimitabile linguistica visiva sia in Stein sia in Otto Knapp.


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Di fronte ai quadri dell’artista è possibile vedere, leggere, sentire tutto questo; più ci si avvicina, più ci si concentra sul dipinto, meglio tali sensazioni, lentamente e fortemente, si avvertono. La sua pittura innesca un processo di visione e rappresentazione così intimamente vicino a quello di Tender Buttons da rimandare a un passaggio del libro: una specie in vetro, una parente, una lente e niente di strano, un singolo colore ferito ed un arrangiamento in un sistema volto a indicare tutto questo e non ordinario, non disordinato nel non rassomigliare. La differenza si espande. (1)


La polisemia dei lemmi di Gertrude Stein corre così in parallelo con le superfici, le variazioni cromatiche della pittura di Silke Otto Knapp che con gesti, segni e velature suggerisce differenti esperienze. Anche questa pittura contiene intrinsecamente una valenza polisemica, come il linguaggio di Tender Buttons, che ci costringe a un necessario sforzo d’interlocuzione e interazione, creando uno spazio di azione che esce dalla superficie, espandendosi.


Nella cripta del Museo Marino Marini le tele assumono ulteriore vitalità, sia in relazione sia autonomamente una con l’altra, sorrette da leggere e mobili strutture in ferro autoportanti. Esse occupano, definiscono, disegnano una nuova e sempre mutevole dimensione architettonica dello spazio espositivo, assumendo di volta in volta una loro nuova singolare identità, facendo emergere quel valore polisemico insito in loro.

Il dipinto diventa altro: oggetto autonomo nello spazio, esce dalla sua limitante connotazione bidimensionale; diviene quinta scenografica, strumento performativo, e ci svela un altro elemento imprescindibile della composizione, della narrazione: il tempo, sia esso quello della visione, della rappresentazione performativa, della lettura, dell’indagine conoscitiva.


(1) G.Stein, Teneri bottoni, a cura di M.Morbiducci e E.G.Lynch, introduzione N.Fusini, Macerata, 1989



photo credits Dario Lasagni



24 settembre 2014

Esther Kläs - Girare con te

a cura di Alberto Salvadori

25 settembre – 8 novembre 2014

Esther Kläs presenta il progetto 'Girare con te', serie di sculture realizzate dall’artista durante la residenza estiva a Carrara. Girare con te è nuova produzione del Museo Marino Marini.


Le sculture occupano parte della cripta del museo e costituiscono uno strumento di relazione e indagine tra la scultura di Marino Marini, Esther Kläs, lo spazio del museo e i visitatori.

“Girare con te” è girare insieme e attorno alla scultura, essere parte del processo dinamico e relazionale che la scultura innesca in un rapporto tra opera, spazio e persona.


L'opera di Kläs si caratterizza per le forme primordiali, quasi totemiche, dal sapore astratto delle sue sculture. I lavori realizzati per la mostra innescano un rapporto di vicinanza e indagine tra spettatore e oggetto, tra oggetto e spazio architettonico, definendo un elegante e austero dialogo tra le parti.


Nella prima opera in mostra, un insieme di sei sculture e quattro fusioni in alluminio, i materiali sono espressi nella loro forma grezza, impreziosita da dettagli cromatici che isolano nel contesto di un insieme ben definito ogni singolo elemento. Il complesso di sculture è a sua volta arricchito da fusioni in alluminio, segnali questi che tracciano la materia nel momento nel quale inizia il processo di plasmazione della forma. Le sculture di Kläs si mostrano allo stato iniziale, dove ancora tutto deve essere definito e dove i materiali si esprimono per le loro caratteristiche fisiche ed evidenziano il loro fascino autentico.


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Nel piccolo sacello della cripta invece una delle poche sculture dell’artista dove la forma mostra un oggetto, in questo caso una mano che trattiene un frammento di mattonella, testimonianza di un’esperienza vissuta in prima persona da Kläs: una passeggiata sulla scia della presenza di Robert Smithson a Roma. Un lacerto di memoria passata fissato così in un gesto evocativo.


Nell’ultima sala due sculture in granito rosso si presentano nella loro secca ed evidente natura di materiale da lavoro mostrando tracce dell’intervento di estrazione e taglio effettuato in cava, che appare come una vera e propria lavorazione. In questa superficie l’artista ha definito un sistema di segni circolari togliendo il materiale e rendendo le pietre veri e propri oggetti astratti.

Questa volontà di astrarre il soggetto reale della scultura in Kläs è il principio della sua creazione, con il risultato finale di mostrare opere dal forte richiamo arcaico, senza tempo, immettendo così il suo lavoro di fatto nel passato, presente e futuro della pratica scultorea.



photo credits Dario Lasagni



29 maggio 2014

“UROBORO” - James Lee Byars encounters Leon Battista Alberti

a cura di Alberto Salvadori

30 maggio - 8 novembre 2014


inaugurazione 29 maggio, ore 19.00


L’Uroboro, dal greco οὐροβόρος, è la figura del serpente che si morde la coda, congiungendosi e ricreandosi continuamente, sino a formare un cerchio perfetto. Associato allo gnosticismo, all’ermetismo, all’alchimia Il simbolo dell’Uroboro rappresenta la natura dualistica delle cose e rivela come gli opposti non siano in conflitto tra loro, bensì al contrario contribuiscano entrambi allo sviluppo dell’armonia spirituale. Il Tempietto Rucellai di Leon Battista Alberti - uno dei più sofisticati intellettuali del Rinascimento - è stato definito da Gabriele Morolli un Ouroboro poietico: un oggetto in grado di generare creatività spirituale. Siamo di fronte a una perfetta macchina concettuale che assume in sé le ricerche materiali - legate alla cultura archeologica\antiquaria dei grandi artisti del rinascimento - e quelle spirituali, da rintracciarsi nella cultura neoplatonica fiorentina di stampo esoterico del ‘400. Volendo individuare un artista contemporaneo che abbia prodotto opere con le stesse caratteristiche, non possiamo che considerare il lavoro di James Lee Byars, artista che ha sempre fuggito qualsiasi forma di classificazione per sentirsi libero di coniugare in sé gli opposti, lo Yin e lo Yang, il bianco e il nero, il giorno e la notte, rendendoli complementari uno all’altro, come elementi dello stesso pensiero.


La non appartenenza a una categoria, la dimensione intellettuale e spirituale della loro ricerca fanno sì che Leon Battista Alberti e James Lee Byars - in epoche e contesti diversi - occupino posizioni originali e autonome, sfuggendo ad ogni categoria di riferimento, ponendo al centro del loro percorso l’elevazione dell’intelletto come strumento per il raggiungimento della trascendenza. Astrologia, astronomia, matematica, un sincretismo intellettuale che li ha portati a secoli di distanza ad essere vicini a culture altre, lontane. Il flusso cosmologico che in entrambi ha disegnato forme e concetti; oggetti e decorazioni che possono essere letti come talismani dal potere autentico in grado di catturare gli influssi divini e astrali per ricondurli alle opere prodotte dall’uomo, siano esse architetture, sculture o testi letterari, dalle grande forza evocativa.


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L’idea albertiana ci mostra come l'iconoclastia platonica lasci il posto alla valorizzazione dell'immagine, quale specchio della Bellezza divina, e come il Rinascimento colmi la frattura tra realtà e invenzione con regole di composizione e prospettiva.

In questa scia trova la sua posizione The Head of Plato modellata da Byars con i volumi di una sfera perfetta. La scultura in marmo bianco, appartiene al corpus di lavori dedicati alla primigenia passione dell’artista americano per le questioni filosofiche. Tra Rinascimento e Classicismo in Alberti, e Minimalismo in Byars si manifesta in questo incontro\dialogo l'individualità dell'artista, che infonde nella propria creazione quell'Idea destinata a dare ordine e senso.

Un elemento neoplatonico continua a essere presente, in entrambi gli artisti, a distanza di secoli: la poetica incentrata sullo scintillio della luce, sia essa quella diretta del sole o quella riflessa della luna, dei marmi pregiati, puri, bianchissimi, come quello usato da Byars o quello di Carrara usato da Alberti, e dei metalli preziosi. Forme essenziali, geometricamente perfette, in grado di restituire la trascendenza del pensiero piuttosto che il precetto, fosse esso quello della scolastica medievale nell’italiano o quello dogmatico del dettato minimalista americano in Byars, sono il risultato che sta di fronte a noi nella Cappella Rucellai al Museo Marino Marini di Firenze, dove il Tempietto albertiano dialoga con la purissima materia della scultura di Byars.


La rappresentazione, la forza fenomenologica e la soprannaturalità dell’opera sono al centro dell’interesse di entrambi gli artisti. Nel De Statua Alberti compie un passaggio fondamentale per l’arte tutta: eleva la scultura a una dimensione intellettuale per la prima volta nella storia. Definisce anche che l’arte prodotta dall’uomo nasce dalle forme presenti in natura permettendogli, attraverso la ricerca empirica della legge della mezza misura, di realizzare in sé stesso l’armonia aritmetica, divina e universale quale fine ultimo della propria formazione etica e intellettuale. Byars procede in parallelo empiricamente dalla pratica della performance, come atto di panteismo naturalistico del corpo, per arrivare alla produzione di sculture che condensano la passata ricerca e l’allora attuale dimensione spirituale e intellettuale.




13 giugno 2014

Gio Ponti e la Richard Ginori: una corrispondenza inedita

a cura di Livia Frescobaldi Malenchini, Oliva Rucellai, Alberto Salvadori

14 giugno – 8 novembre 2014


"Le nostre industrie devono pareggiare le qualità delle straniere, e rappresentare con una decorazione di puri e accorti riferimenti stilistici, i motivi nostrani che possano renderla riconoscibile, desiderata e rappresentativa."

Gio Ponti, 1926


Al Museo Marino Marini ospita la mostra Gio Ponti e la Richard Ginori: una corrispondenza inedita, a cura di Livia Frescobaldi Malenchini, Oliva Rucellai e Alberto Salvadori. La mostra, promossa dall’Associazione Amici di Doccia, in collaborazione con il Museo Richard Ginori della Manifattura di Doccia, è realizzata grazie all’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, con un contributo della Richard Ginori 1735, acquisita lo scorso anno da GUCCI e che proprio nel mese di giugno riaprirà il suo negozio storico di Firenze in via Rondinelli.


Gio Ponti e la Richard Ginori: una corrispondenza inedita presenta una scelta selezionata di circa cinquanta pezzi, tra i meno conosciuti, provenienti dalla ricca collezione di ceramiche di Gio Ponti del Museo di Doccia, e una selezione di una trentina di lettere dell’architetto/designer, per la maggior parte inedite, provenienti dall’archivio della Manifattura di Doccia, con schizzi, disegni e indicazioni di fabbricazione. Le lettere rappresentano un nuovo spunto per indagare sul metodo lavorativo di Gio Ponti e sul suo rapporto con la Richard Ginori, improntato ad una costante ricerca di innovazione delle idee e del prodotto, e offrono al contempo l’occasione per riflettere sulla creatività italiana, di cui è stato uno tra i maggiori rappresentanti a livello internazionale. Le opere presentate, invece, evidenziano il legame stretto tra l’idea e il prodotto stesso, affiancando il disegno o lo schizzo originale all’oggetto poi effettivamente realizzato a Doccia. Molte delle ceramiche esposte non sono entrate in produzione seriale, alcune sono pezzi unici della preziosa collezione del Museo Richard Ginori. Una mostra volutamente piccola, ma con sezioni specifiche ben definite: dall’idea al prodotto, le committenze speciali, la comunicazione, il ruolo delle mostre.


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Dopo la prima guerra mondiale, la Richard Ginori, che con i suoi cinque stabilimenti era ormai una delle principali industrie ceramiche in Europa, visse una delle sue età più gloriose. Il merito principale fu del giovane architetto Gio Ponti (1891-1979), che iniziò a collaborare con la società nel 1922 e ne divenne il direttore artistico per un decennio, dal 1923 al 1933. Il suo talento immaginifico, la sua passione per l'industria e, altempo stesso, per l'artigianato più raffinato, la sua capacità di guidare il gusto dei suoi contemporanei interpretandone con ironia le aspettative, ne fecero l'ideale rinnovatore delle ceramiche d'arte Richard Ginori. Il pubblico e la critica lo acclamarono sia in Italia che all'estero e nel 1925, all'Esposizione internazionale di arti decorative di Parigi, ricevette il gran premio della giuria.


Il carteggio fra Gio Ponti, che lavorava a Milano, e la Manifattura di Doccia comprende 230 lettere, per un totale di 426 carte. Sebbene non sia completa, insieme ai disegni, ai cataloghi, alle foto d’epoca e ad altri documenti, conservati nell’archivio del Museo Richard Ginori, questa corrispondenza costituisce una testimonianza impareggiabile per lo studio della produzione pontiana di Doccia e più in generale per la conoscenza dell’artista. Oltre a fornire dati utili per stabilire la cronologia e in certi casi persino l’attribuzione delle ceramiche, le lettere autografe offrono un punto di vista ravvicinato sul lavoro dell’architetto milanese e sul suo modo di operare nel contesto industriale e manifatturiero della società Ceramica Richard Ginori.


Sfogliando queste lettere appassionate, emerge chiaramente il suo ruolo di vero e proprio industrial designer, paragonabile solo al lavoro svolto in Germania da Peter Behrens per AEG (Compagnia generale di elettricità di Berlino). Gio Ponti si occupa in prima persona di ogni aspetto della produzione, dal passaggio dalla prima idea, spesso presentata sotto forma di schizzo, al suo sviluppo, determinato di volta in volta dal concorrere di diversi fattori. Realizza nuovi colori come il blu Ponti, in due tonalità, crea confezioni ed etichette per i prezzi, inventa marchi e emblemi identificativi degli oggetti prodotti e dell’intera manifattura, progetta i padiglioni per le esposizioni, discute le cifre con cui gli oggetti devono essere messi in vendita, valutandone la commerciabilità.


Ponti è tra i primi a interessarsi anche dell’aspetto promozionale e di comunicazione, curando la presentazione grafica e fotografica del prodotto, le relazioni con la stampa, grazie anche alla rivista Domus da lui stesso fondata nel 1928, i rapporti con critici influenti – Margherita Sarfatti, Ugo Ojetti, Roberto Papini – e con i clienti più prestigiosi.

Molte di queste missive sono dirette a Luigi Tazzini, suo “braccio destro” a Doccia, direttore artistico della Manifattura toscana. Testimoniano il rapporto di estrema fiducia tra i due, un rapporto non solo professionale ma anche di amicizia e di rispetto. Tazzini dimostra di possedere doti di estrema pazienza, avendo a che fare con un carattere deciso e suscettibile come quello del collega milanese. Si legge anche di come siano coinvolti altri artisti in molti dei progetti di Ponti: gli scultori Libero Andreotti e Italo Griselli, l’architetto Giovanni Muzio, la decoratrice Elena Diana e Vittorio Faggi e altri ancora.


Nelle ceramiche disegnate da Gio Ponti per la Manifattura di Doccia sono sempre presenti due aspetti fondamentali, tradizione e innovazione, un connubio che nei dieci anni di lavoro continuo e instancabile, hanno fatto di questa collaborazione un’esperienza straordinaria e irripetibile, non solo per i meravigliosi oggetti realizzati ma anche e soprattutto perché rappresenta il primo caso italiano di produzione artistica industriale.


Tra gli oggetti esposti, testimonianza delle committenze speciali ricevute da Ponti, spiccano un grande vaso a potiche blu in maiolica con bronzo dorato, richiestogli dalla Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, e parte di un importante trionfo da tavola commissionatogli dal Ministero degli Esteri per le Ambasciate d’Italia in giro per il mondo.

Nella bomboniera Omaggio agli snob, invece, ironico messaggio di Ponti per il mondo culturale elitario, due figure danzano in abiti della tradizione popolare, affiancando la fantasia creativa e innovativa dell’artista, alla classicità che pervade invece altre sue opere.


L’idea della mostra nasce a seguito dell’ultimo progetto dell’Associazione Amici di Doccia che vede la pubblicazione del volume completo delle opere di Gio Ponti al Museo di Doccia, circa 560 pezzi, in corso di stampa, frutto del prezioso lavoro fatto da Maria Teresa Giovannini, iniziato nel 2007, di spoglio di lettere, album fotografici e registri dei campioni conservati nell’archivio della Manifattura di Doccia.


In concomitanza alla mostra sarà indetto Lettere a Ponti, un concorso di idee per l’elaborazione di concept progettuali ispirati all’opera di Gio Ponti, con particolare riferimento alle lettere scritte negli anni dal 1923 al 1930, rivolto agli studenti di Firenze del Dipartimento di Architettura Facoltà di Design Calenzano, la LABA Libera Accademia, Istituto Superiore Industriale Artistiche ISIA, Accademia delle Belle Arti, promosso dal Museo Richard Ginori, Associazione Amici di Doccia. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con l’Associazione Osservatorio dei Mestieri d’Arte, con Gio Ponti Archives e l’Associazione esercizi storici tradizionali e tipici fiorentini.


L’iniziativa nata assieme a Stefano Follesa, docente al Design Campus di Calenzano, invita gli studenti a esprimere in forma di “lettere”, caratterizzate da un formato grafico unificato A3, la propria personale rilettura dell’opera pontiana sotto l’aspetto di progetti di oggetti, opere grafiche, decori, allestimenti, piccole architetture. In ogni sede universitaria si è tenuta una lezione per presentare sia l’iniziativa, sia la stessa opera di Ponti come premessa al lavoro che ogni studente svolgerà poi individualmente, oltre a una visita guidata alla sala Ponti del Museo di Doccia.

Una giuria composta da docenti ed esperti, selezionerà le prime venti opere che, grazie ad una collaborazione con l’associazione esercizi storici tradizionali e tipici di Firenze, riempiranno le vetrine dei negozi del centro cittadino, durante il periodo della mostra.

Tra questi venti saranno attribuiti: un primo premio, borsa di studio pari a 2000 euro, come contributo per la frequentazione di un master in Italia o all’estero; un secondo premio, borsa di studio pari a 700 euro, quale contributo per la frequentazione di un corso di formazione o approfondimento in Italia; un terzo premio, una riedizione di una porcellana di Gio Ponti, realizzata dalla Richard Ginori; dal quarto al ventesimo premio, una copia del catalogo completo delle opere di Gio Ponti al Museo di Doccia.

I progetti selezionati saranno inoltre visibili online sui siti degli enti organizzatori.



photo credits dario lasagni