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marino marini

la vita e le opere

autoritratto, 1942, gesso policromo, cm. 37,5 x 17,5 x 23


marino marini nasce a pistoia nel 1901. nel 1917 si iscrive all'accademia di belle arti a firenze dove segue i corsi di pittura di galileo chini e di scultura di domenico trentacoste. i primi anni della sua attività sono infatti dedicati alla pittura, al disegno e alla grafica. nel 1926 risiede a firenze; l’anno successivo conosce a monza arturo martini che, due anni dopo, lo chiamerà a succedergli all’insegnamento all’i.s.i.a., presso la villa reale di monza. nel 1928 partecipa alla mostra a milano del gruppo“novecento”. nel ’29 soggiorna a parigi, dove ha occasione di entrare in contatto con de pisis, picasso, maillol, lipchitz, braque, laurents. su diretto consiglio di mario tozzi, invia la scultura in terracotta, “popolo” all’esposition d’art italien moderne alla galleria bonaparte di parigi. continua ad esporre con il gruppo“novecento” a milano (1929), nizza (1929), helsinki (1930) e stoccolma (1931).


la sua prima personale, milanese è del '32; nel '35 vince il primo premio per la scultura alla quadriennale di roma. sono questi gli anni in cui marino circoscrive la sua ricerca artistica a due tematiche essenziali: il cavaliere e la pomona.



nel 1938 sposa mercedes pedrazzini, affettuosamente rinominata marina, che gli sarà accanto per tutta la vita. nel 1940 lascia l'insegnamento a monza per la cattedra di scultura all'accademia di brera, che tiene fino al '43, quando per lo scoppio della guerra si rifugia in svizzera.

in questi anni ha l'occasione di frequentare wotruba, germaine richier, giacometti, haller, banninger e di entrare in contatto con le realtà artistiche più avanzate in europa. espone a basilea, berna, zurigo. terminata la guerra marino torna a milano, riaprendo lo studio e riprendendo l'insegnamento a brera.


nel 1948 la biennale di venezia gli dedica una sala personale; incontra henry moore, con il quale stringe un'amicizia particolarmente importante per la sua produzione artistica, e curt valentin, mercante che lo fa conoscere sul mercato europeo e statunitense. durante il soggiorno americano marino conosce arp, feininger, calder, dalì, tanguy. si intensificano le esposizioni e i riconoscimenti ufficiali in ambito internazionale a partire dalla personale a new york nel 1950, al monumento equestre commissionato dalla municipalità dell'aia nel 1958-59, alle mostre di zurigo(1962), roma (1966) e l’esposizione itinerante in giappone (1978).


a partire dagli anni ’70 prendono forma realtà museali a lui dedicate. nel 1973 a milano si inaugura il museo marino marini nella civica galleria d'arte moderna. nel 1976 la nuova pinacoteca di monaco di baviera gli dedica una sala permanente. nel 1979 si inaugura a pistoia il centro di documentazione dell'opera di marino marini, che dal 1989 viene collocato nel restaurato convento del tau. marino muore a viareggio nel 1980. pochi anni più tardi, nel 1988, si inaugura il museo marino marini di firenze, a seguito di una donazione di opere al capoluogo toscano, città fortemente amata da marino.

la poetica

la figura di marino marini risulta una delle più interessanti all’interno del panorama culturale ed artistico italiano di questo secolo.

negli anni ’30-’40 marino conduce una ricerca rivolta all’elaborazione di una forma“pura”, mediante il recupero e la rielaborazione in chiave moderna della tradizione etrusca e medioevale. la sorella egle, poetessa scrive di lui: “marino nasce mediterraneo nella conca tirrena, terra di antica vena in cui egli affonda le sue radici fisiche e morali e ove insistono l’amore per il campo, l’ombra serena di giotto, la scarnità umana di masaccio e quella dell’agitato modernissimo pisano”.

il tema del cavaliere che si configura in questi anni, sarà una costante della sua opera, quasi un segnale simbolico della sua personale visione del mondo. come lo stesso marino amava dire,“c’è tutta la storia dell’umanità e della struttura nella figura del cavaliere e del cavallo; in ogni epoca di essa. all’inizio vi è un’armonia fra essi, ma alla fine, specie dopo l’ultima guerra irrompe violento fra di essi il mondo della macchina, che frattura questa simbiosi in maniera drammatica ma non meno viva e vitalizzante”.


infatti, a partire dal 1943 è possibile verificare segnali di cambiamento nella resa plastica del tema: le forme si aprono, diventano violente, piene di tensione; il rapporto fra cavaliere e cavallo diventa drammatico, conflittuale.

nel dopoguerra marino accentua la tensione dinamica delle sue opere, giungendo alla deformazione, a superfici scabre e scarnite.

il tema della pomona, simbolo della fertilità, della femminilità prosperosa ed accogliente, lascia il posto in questi anni a figure legate al mondo del circo e del teatro: giocolieri e ballerine sono caratterizzati da forme allungate, fortemente espressive, accentuate da tracce di colore che talvolta le rendono inquietanti. la serie dei cavalli e cavalieri vede le figure del gruppo fondersi, costituire blocchi dalle forme scarnificate, dense di pathos. questa fondamentale variazione stilistica rispecchia una violenta variazione nella visione delle cose in marino marini.

l’episodio della guerra lo colpisce fortemente, l’uomo perde dignità, valore.“si costruì, si distrusse/un canto desolato restò nel mondo”: con questa citazione letteraria marini rispose ad un amico che gli chiedeva quale idea poetica simboleggiasse un'opera che stava nascendo in quel momento. ed è sempre marino che racconta:“(..) io, nato sereno, in un clima tranquillo, nel segno di un'educazione sicura e, da un certo punto di vista estetico, perfetta, sono entrato nel mondo delle agitazioni del ventesimo secolo e, attraverso queste agitazioni, ho cambiato la forma, l'espressione della mia scultura...”.


anche nella grafica e nella pittura di marini si verifica un cambiamento in chiave espressiva; il colore diviene più brillante, corposo e si tramuta in simbolo. le forme, anche sulle tele, si disgregano. non raccontano, non descrivono ma evocano. in questo senso lasciamo la parola a marino:“come nell’amore, nell’arte non si può spiegare tutto, certe parti rimangono nell’ombra luminosa del mistero.”

la critica

gianfranco contini sostiene che marino marini sia stato dotato di una“mentalità scultorea”, e porta a sostegno della sua affermazione contributi critici illustri come quello di vitali, che vede nell’opera di marini una aspirazione a una rappresentazione del dato naturale che giunga a un assoluto plastico; o ancora, di argan, che evidenzia il superamento del conflitto fra plastica dei volumi e plastica impressionistica. inoltre, secondo guido giuffrè, nel video “la grande arte”, “nessuno come marino in questo secolo realizzò la tradizione nella modernità”.


la tradizione, tiene a sottolineare giuffrè non è per marino pedissequa fedeltà al passato ma“ fede in certi valori, valori del mondo, dell'uomo, della storia, un certo modo di vivere, una certa considerazione della vita e delle sue vicende”. la modernità di marino è per giuffrè“ consapevolezza del proprio tempo” intesa come adesione completa a nuovi criteri, nuovi valori, al pensiero contemporaneo.

del resto, georg picht in kunst und mythos( struttgard 1987), sostiene che“l’arte anche nel xx secolo vive di esperienze mitiche”. werner haftman sottolinea che l’opera di marino va proprio vista in questo senso.“anch’essa - scrive haftman - appartiene ai massimi livelli dell’arte moderna, che trovavano le loro immagini e le loro forme a partire da esperienze fondamentali mitiche.” marino marini, come ricorda haftman, si definiva spesso “un discendente degli etruschi” e quando, “tentava di imitare i loro gesti come per spiegare meglio ciò che volevano dire, allora diventava un’unica cosa con le sue creature, anch’egli di questa razza particolare dall’origine remota”. in sostanza, la“definizione di una risolutiva figura mitica archetipica è il compito autentico che marino marini si propone di affrontare attraverso la sua scultura”.


ritratto di mies van der rohe, 1967, gesso, cm. 29,5 x 14,5 x 20,4


un capitolo a parte meritano i ritratti eseguiti da marino marini. guido giuffrè a questo proposito scrive:“le teste, cioè i ritratti che marino ha saputo fare, non erano delle sculture ma dei romanzi completi”. e lo stesso artista scrive che dopo aver fissato gli elementi formali essenziali“bisogna entrare nello spirito del personaggio: qui è la difficoltà di immaginare questa fisionomia nello spazio dell’umanità, cioè quello che rappresenta riguardo agli altri uomini, alle altre personalità umane; detto questo è tutto fatto. questa verità deve resistere in me fino a completare l’opera ritrattistica. (...) esaurito questo compito, piazzato il soggetto nel regno dei morti che rimangono vivi, consegno la mia opera”.